Diritti e rovesci

giugno 14th, 2010

E’ avvilente constatare che contano più i diritti televisivi che i diritti umani

Tutta colpa del roditore

giugno 10th, 2010

Gli accessi reconditi della mia sensibilità hanno origine da un’esperienza infantile.

Nel loft mansardato della casa inglese ci faceva visita ogni tanto qualche topolino. Erano topolini innocui ma pur sempre sorci e noi (io e mia sorella) bimbi impauriti (soprattutto mia sorella) ne avevamo terrore. Prima di dormire ci facevamo rimboccare le coperte.

Un bel dì mio padre ne scoprì uno dietro il frigo e da igienista maniacale qual era (e qual è) in un impeto di rabbia  lo rincorse per la cucina sino a prenderlo per la coda. Così mi raccontò mia sorella nella stanza la notte, che assistette impietrita alla caccia. Io ero in bagno sullo sgabello per lavarmi i denti. Mi piaceva già all’epoca specchiarmi i denti mentre me li lavavo.

Ho visto entrare come una furia mio padre. Ricordo ancora i suoi basettoni anni settanta e i capelli lunghi. All’epoca suonava la batteria in una cover band dei Deep Purple. Conobbe anche Ian Gillan.

Dicevo.

Si è diretto verso il water e con la mano destra ha tirato su l’asse. Con quella sinistra teneva il topolino che faceva squitt squitt dimenandosi come un ginnasta sugli anelli.

Mio padre ha detto fuckin’bloody ass (gli piaceva dirlo quando era arrabbiato) e gettato il roditore nella tazza e tirato subito lo sciacquone. Dall’alto dello sgabello ho ingoiato il dentifricio e visto il topolino annaspare e cercare di risalire lungo il water. Sono rimasto impietrito e sentito come il sorcio mentre cercava di salvare la pelle e ricordarsi che poco prima ignaro bazzicava tra le serpentine del frigo.

Mio padre che in quanto a sensibilità non è da meno, poco prima che il topo affogasse si è fatto prendere da un raptus di clemenza e con un gesto veloce recuperato il moribondo. L’ha portato fuori ad asciugare con un asciugamano (poi l’ha buttato nell’immondizia) e portato del formaggio fresco, infine restituito nel prato dietro casa.

La notte non dormii al pensiero del topo che annaspava. Lo raccontai a mia sorella dicendole che d’ora in poi non avrei ucciso manco una mosca.

In realtà di mosche ne ho uccise tante.

Non c’ho più l’età ma meglio morire da rocker che da stronzi

giugno 10th, 2010

Diciamo che sono un tipo molto rock senza compromessi nel senso che se adori i Tool non puoi mica ascoltare anche scorregge post pasto al McDonald come i Bullet for my valentine.

La passione per il rock è una questione di retroterra culturale, tuttavia a dispetto di ciò la mia cervicale invece è molto pop e stamattina dopo il concerto trascorso sotto il  nubifragio perfetto dove anche i miei coglioni avrebbero gradito un’impermeabile, mi sta mandando a fare in culo ricordandomi che ormai ho una certa età per fare il metallaro nudo e crudo. La pioggia è sempre affascinante e riporta i sensi dell’uomo a qualcosa di ancestrale ma quando sei nel pantano e rischi la cornea con gli ombrelli e ti becchi frustate di capelli fradici in bocca e sferzate di vento gelido,  l’ancestrale archetipico romantico vanno a farsi benedire, resta comunque il divertimento perché è meglio morire divertendosi se proprio si deve.

Arrivato a casa oltre alla doccia bollente  mi sono lavato pure i denti che avevo in bocca il sapore di forfora fradicia, ho messo a lavare i panni profumati di salsiccia e porchetta perché nel vano tentativo di ripararmi dalle maledizioni degli Dei sono finito incastrato tra la piastra e le salsicce ed io non sopporto molto l’odore di carne arrosto dai tempi del praticantato nei laboratori chimici e dei campionamenti delle emissioni in atmosfera dell’inceneritore del cimitero…se fossi tornato a casa a piedi mi avrebbero assalito i cani e sparso i brandelli delle mie ossa tra un tombino e un semaforo…

Sorvolando sulle condizioni meteorologiche avverse il concerto degli Alice in Chains è scivolato tranquillo tra il repertorio nuovo e quello vecchio e ovviamente il pubblico andava in brodo di giuggiole per quello vecchio…We die young, Man in the box, I do it again, Would etc etc procurano sempre un  certo orgasmo tattile e la loro musica con quella chitarra distorta che sembra scordata procura allucinazioni ripetute e garantite dal sapore quasi stoner.

Il nuovo cantante l’avevo già sentito al Gods of Metal 2006, confermo la gran voce quasi identica a quella del compianto Lane Staley (RIP) però cazzo quest’ultimo era un animale da palcoscenico dalle movenze che solo i tossici irrecuperabili riescono a produrre.

Ho notato una cosa, prima a vendere le T-shirt taroccate in occasioni degli eventi c’erano i napoletani, gli stessi che alterano le mozzarelle e stampano le cinture di sicurezza sulle magliette, oggi rumeni e albanesi, non ci sono più i tarocca tori di una volta…

Ingoia il cuore

giugno 8th, 2010

Ritornare alla realtà non deformata mi costa sempre un mucchio di fatica,  diviene uno scorrere del tempo senz’aria, come muoversi nello spazio semisolido e rarefatto dove le parole giungono in ritardo e non hanno colore.

In quella deformata mi sento come immerso in una piscina dalla sorgente di acqua calda naturale, sorgente al riparo di una nicchia dai colori tenui e un calore dolce che scioglie le tensioni che induriscono la mandibola e smussa gli angoli della vita.

In realtà deformata è un termine non appropriato, immaginate un terreno fertile dove si posa la neve, silenziosa e protettiva, tanta neve da farci un pupazzo con berretto e sorriso, pupazzo bianco dall’anima di gentile spaventapasseri a protezione di una fanciullezza ritrovata. Magari un pupazzo con mazza da baseball…

Negli ultimi tempi mi sono reso conto con mano di quanto sia vitale avere un equilibrio tra il bimbo che vive in noi e l’adulto che è venuto fuori nel tempo e quanto nei rapporti interpersonali conti quell’armonia “tra parti bimbe”. Quando sorrido alla donna che amo o la vedo sorridermi è come se stessimo andando sull’altalena dove un po’ la spingo io e un po’ spinge lei ed  è veramente difficile vedere un bambino che non stia impazzendo di gioia su quella tavola di legno legata alle catene o corde. Poi scendi da quell’altalena col cuore a mille e le gambe che quasi tremano.

Ecco sì, bisognerebbe tornare più spesso sull’altalena per farsi ingoiare il cuore.

Outing

giugno 3rd, 2010

Ultimamente mi eccita di più sentirmi confessare desideri di maternità e paternità che le porcherie assortite, per quanto nel sesso non esistano porcherie. Mi eccita di più il pensiero della donna che amo con gli occhi liquidi e brillanti che dona la gravidanza che un paio di scarpe col tacco col laccetto, che per carità hanno sempre il loro perché.

Starò rincoglionendo o raggiungendo l’andropausa?

Qualunque

giugno 2nd, 2010

Ho un occhio fotografico. Me le ricordo bene le cose che vedo, le registro, sfumature e odori compresi. Ricordo l’odore della zuppa di porri che mi davano nella mensa del college inglese. Avvertivo l’odore già nel tunnel che dalle aule portava ai locali di refezione. Ogni volta che l’odore di porro accarezza il mio olfatto vengo catapultato indietro nel passato, tra compagni di banco di colore o lentigginosi, pantaloni di lana pungenti, cravatte regimental rosso-blu e bottiglie di latte fresco sull’uscio di casa. La sensazione che provo è come una forma di dissociazione. Mi vedo e mi accorgo di guardarmi.

Dallo specchietto retrovisore dell’auto capita di guardare e scoprire la realtà delle apparenze o semplicemente la realtà come disegnata da un bambino.

Una sera qualunque in una strada qualunque della città, fermo a un semaforo qualunque, marito e moglie vivevano distanti all’interno dell’auto. Li ho guardati sino allo scatto del semaforo verde, con dolcezza, come un osservatore neutro di fenomenologia dei sentimenti avariati. Lui con lo sguardo contratto e fisso sulla strada, lei con il capo reclinato sorretto dalla mano destra, gli occhi spenti e dietro come uno sfondo aggiunto due bambine. Mi dispiaceva per le due bambine.

Sono sempre stato attento a questi aspetti, quello del rapporto tra l’uomo e la donna intendo; forse perché ho trascorso l’adolescenza ad aspettare un padre troppo preso dal piacere delle donne e dal suo cosciente bisogno di emancipazione, così diceva lui.

Forse perché non era piacevole attendere che mia madre uscisse dal bagno, nella speranza fosse ancora viva.

Forse è per questo che sono molto esigente nei confronti della mia vita sentimentale. La mia compagna non dev’essere un diversivo alla noia o un soprammobile da esibire tra le vie della città per soddisfare il mio ego. Non saprei che farmene di una relazione che mi porta a desiderare sessualmente un’altra donna, tornare a casa e mentire mentre mi sciacquo la bocca o inventarmi riunioni di lavoro o amici in crisi da consolare o far finta di divertirmi con gli amici di lei.

Vorrei alzarmi e avere il piacere di preparare la colazione pensando a lei o osservare la premura necessaria per non svegliarla o poterlo fare baciandole il collo. Tutto qua.

Un’amica mi ha confessato di mantenere una relazione nonostante le scarse affinità. Per salvare il tempo trascorso, il resto. Quale resto? Il tempo trascorso? L’amore è una questione di tempo trascorso?

Grass

giugno 2nd, 2010

Verde a perdita d’occhio e cielo terso. Verde sotto i polpastrelli e nelle narici. Una striscia nel cielo lasciata dalla coda di un aereo al tempo di musica blues.

Disteso sul prato osservo l’infinito cercandolo tra il solletico di un insetto sulla gamba e il suono caldo di una chitarra che si disperde come miele nell’acqua.

Respiro lentamente per riprendere fiato mentre mi godo quest’estasi così naturale e a portata di mano. Se richiudo gli occhi e stacco la musica avverto l’energia che produce la brezza sul prato, qualche schiamazzo lontano, il fiume che cade e il bacio del sole.

Questo stato di leggera contemplazione mi riporta alla mente di quando da bambino ero solito osservare le lingue di fuoco durante i piccoli incendi controllati degli adulti o di quelli creati dal nostro piccolo gruppo di amici. Il crepitio delle fiamme è ipnotico, ancora oggi con fatico riesco a staccare la vista dal fuoco, mi sento colto da un incantesimo e godo nell’osservare la materia che cambia e si trasforma, il divenire della vita che si disperde nell’aria per depositarsi altrove trasportata dal vento.

Prima di distendermi ho corso per diversi chilometri, costeggiato il fiume e visto i palloni e i contenitori in plastica galleggiare all’infinito nella piccola cascata che crea il corso del fiume. Questa cosa dei palloni che galleggeranno rimescolati all’infinito nello stesso punto è una cosa che mi ha creato fastidio, una sorta di dispersione nella galassia senza confini e punti di arrivo, di ripartenze. Da bambino mi fermavo a contemplare quei palloni chiedendomi perché nessuno andasse a recuperarli e che cosa sarebbero divenuti rimescolati con l’acqua per tutto il tempo. Mi ha sempre creato un senso di vuoto interno il pensiero dello spazio infinito, il non riuscire a stabilire dei perimetri. Un tempo era così, oggi non mi pongo più il problema, lascio che ciò diventi curiosità, immaginazione, possibilità.

Durante il percorso ho incontrato una ragazza con grave handicap camminare un metro dietro i genitori quasi anziani. Li seguiva lentamente a testa bassa e mi sono immaginato che fossero la cosa più importante che aveva lì tra il verde e le panchine o mentre attraversa la strada.

Nei parchi è facile incontrare anche quelle coppie che si amano di nascosto, nell’ombra delle frasche, in prossimità di ponti su piccoli corsi d’acqua e quei ponti non sono costruzioni in legno che collegano, ma veri e propri punti di riferimento d’incontro, e quel ponte sospeso diviene metafora di quelle porzioni di vita.

Se si fa il percorso più largo si finisce tra le braccia di spacciatori e maniaci molesti, alcuni vestiti in tuta e anche allenati alla corsa o fuga a differenza delle necessità.

Nel cuore del parco seduti all’ombra gli anziani osservano chi ha ancora da spendere energie a piedi o in bicicletta e bambini contenti rincorrere un pallone.

Sdraiato sul prato il cielo sembra davvero piatto, che con un dito lo tocchi per quanto è terso e vicino. L’acqua che va e cade mi fa sentire un filo d’erba.

Danza macabra

giugno 1st, 2010

Vi sono sonorità che possono accompagnare la morte o il dolce momento del passaggio, del divenire. Si può anche dire esorcizzare la morte. Alle sonorità si possono abbinare delle immagini, il cinema e la fotografia ne sono ricche. Una delle più efficaci secondo la mia sensibilità è quella che ha usato Jim Jarmusch in Dead Man. Un corpo ancora vivo poggiato su una grande spiaggia, sullo sfondo le onde che vanno a morire sulla battigia per un viaggio su una barca di legno. Il cielo nuvoloso trafitto da qualche raggio di sole, il volto quasi dolce di chi ha come coperta quel cielo accogliente e la barca che segue la corrente. La pioggia che cade nel mare, acqua nell’acqua salata. Una maniera serena di morire direi poetica, quasi morire un po’ di meno anche se come cantava Faber quando si muore si muore soli.

Tra un mese esatto ci sarà a Milano il concerto degli Slayer,  controversa band che scoprii nel 1986 a diciassette anni tra gli scaffali del vinile. Quella band puzzava di morte nei testi e nelle sonorità appunto. Nessuna melodia negli accordi, nessuna umanità o sentimento d’amore nei testi, un viaggio negli incubi sanguinosi del miglior HP Lovecraft o serial killer o visione infernale della pittura fiamminga. Velocissimi nelle esecuzioni e senza compromessi, chitarre come cani ringhiosi, un vocalist dalla parlata veloce perversa e un batterista ultratecnico ne fecero una delle mie band preferite, li consideravo la versione musicale di certa letteratura anglosassone che divoravo nelle sale della biblioteca comunale condividendone le emozioni con gli amici appassionati delle medesime suggestioni. Nelle serate trascorse senza soldi  sulle panchine tra una birra e l’altra si narrava di quel racconto o di quella canzone e quelli più fragili raccontavano di uccidersi con l’eroina al tempo si Reign in Blood. Ringrazio quella musica e quelle letture per avermi salvato portandomi in altri mondi che l’inconscio richiamava, di avermi salvato in nottate passate a piangere dalla rabbia. La rabbia autodistruttiva si amalgamava con quella musicale e con la forza delle visioni di quegli scrittori che ci facevano sentire meno soli.

Non ho mai avuto occasioni di vedere gli Slayer dal vivo e questo tour organizzato nei live club per renderlo più violento mi catapulta in un passato sonoro mai abbandonato e che riascolto sempre con rinnovato equilibrio e vigore. La vita è equilibrio, tende all’equilibrio ma se la alteri con la chimica ti fotti con le tue stesse mani. Sono davvero curioso di sentire quell’energia malvagia che sprigiona la loro musica restando lontano dai focolai di violenza fisica. Ai loro concerti ci puoi trovare di tutto e se capiti nella zona sbagliata può essere poco simpatico.

Passeranno solo pochi giorni e altre sonorità non meno suggestive mi porteranno altro equilibrio, intendo sonorità ipnotiche, anzi direi ipnagogiche dove tutto si muove ma in realtà è solo un allucinazione. Se il concerto degli Slayer sarà una sorta di danza macabra in compagnia di uno dei miei amici fraterni sopravissuti, i secondi con la donna che amo in una danza della primavera tribale lunare.

dog eat dog

maggio 27th, 2010

Dovrei cambiare il nome del blog da canemacchina a canestronzo

oppure canekiller

o canetirompoidenti

ma anche caneDio

 

Per fortuna che certi sorrisi mi rendono canebau

Deduzioni del cazzo

maggio 24th, 2010

Spadellando qualcosa di veloce sul fuoco con la Tv accesa,  evento raro perché la mia Tv è  perennemente spenta o se accesa ci gira su un dvd, mi sono accorto che si parlava di vampiri, donne vampiro? Naturlmente il programma era Voyager che da anni ormai ripropone i soliti misteri senza risoluzione o enfatizzando misteri e addirittura inventandoseli con voci narranti da far paura al Fantasma Formaggino. Ecco un giorno trasmetteranno un documento sull’esistenza del Fantasma Formaggino.

In Voyager scomodano ogni tipo di antropologo, ricercatore, alchimista e parrucchiere. Che poi se li guardi bene sembrano gli stessi attorucoli italiani delle fiction…gli mettono un camice bianco in un laboratorio attrezzato e trac sembrano proprio veri professionisti delle ossa. Anch’io quando lavoravo in laboratorio col camice bianco sembravo Mago Merlino, invece analizzavo la merda.

Dicevo delle donne vampiro. Tra toni entusiastici  e simil morbosi raccontavano della scoperta nei pressi di Venezia di uno scheletro con la mandibola che teneva in bocca una pietra, una pietra simile a un libro conficcata sino alla gola per intenderci. Per quale oscura ragione quello scheletro si presentava così? Che detta così a me viene da dire “e che cazzo ce ne frega”, non perché non sia antropologicamente interessante, voglio dire io sono  anche cresciuto con i libri di Lovecraft, Poe, Agatha Christie, Dickens, Kipling, Conan Doyle, Bram Stoker etc ecco il mistero mi affascina, però inventarsi le deduzioni alla CSI diventa quasi patetico, eh sì perché spiegavano che la troupe  di medici ha rosicchiato un pezzo di osso e spiegato che i ricchi mangiando tanta carne avevano nelle ossa più rame e i poveri invece seguendo una dieta vegetariana più stronzio e magnesio…i soliti sfigati i poveri, più stronzio, allora io posso considerarmi uno stronzio al quadato essendo povero e pure semi-vegetariano…

Dico io, ma visto che scomodano deduzioni che nemmeno Sherlock Holmes, non poteva esistere un ricco che preferiva la verdura alla braciola? Ergo ’sto scheletro era di una persona ricca, e pure donna ma quello non ho capito come hanno fatto a capirlo perché altrimenti mi si bruciavano le verdure. Forse le costole? (ndr)

Insomma perché una donna con poco stronzio e tanto rame nelle ossa ha dovuto morire così barbaramente? Non saprei, chiedete ai morti di mafia infilati nel calcestruzzo…tra mille anni troveranno uno scheletro in un pilone, cercheranno lo stronzio perché i ricchi mica muoiono così da stronzi. Allora la deduzione più logica è quella del vampiro, il morto che si nutre del sangue altrui per continuare a vivere, ed ecco qua lo scoop, la donna vampiro! Avete mai letto un libro su una donna vampiro?

Dunque, io sarò il solito terra terra, ma non certo privo di immaginazione, ma perché non pensare che poteva trattarsi di un gran mignottone o di una cortigiana (che poi è la stessa cosa) punita per aver succhiato qualche cazzo proibito? Come a dire, succhia questo se ci riesci.